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L’assetto settecentesco

 

Nel 1731, il N. H. Giovanni Emo commissiona al perito Angelo Gattolini di Treviso, la misurazione, elencazione e descrizione di tutti i terreni di sua proprietà presso Piombino, Fanzolo e località confinanti. Del cospicuo lavoro realizzato esiste tuttora una mappa di grandi dimensioni, conservata presso l'archivio Emo Capodilista in villa, relativa alle proprietà della famiglia Emo a Fanzolo e il catasto delle stesse.​ Mentre la prima è una visione a volo d'uccello delle proprietà della famiglia, con annessa leggenda (quest'ultima però è praticamente illeggibile a causa dello stato di conservazione della mappa); il secondo si compone di disegni a piena pagina, in ottimo stato di conservazione, specifici dei vari appezzamenti, con annessa descrizione, misurazioni e legenda dettagliata.

 

Nella mappa denominata Possesione Prima detta il Brolo possiamo leggere nel dettaglio come si presentava la villa e il suo giardino nell’anno di grazia 1731. La barchessa est (corrispondente all’attuale accesso a Ville Emo) conteneva le stalle e la rimessa; mentre la barchessa ovest ospitava l'abitazione del fattore, la caneva (la cantina), e i granai. Quest'ultima, inoltre, proseguiva con una serra, denominata cedrara. Davanti alla villa si estendeva una vasta aia, a sinistra della quale si trovata un giardino in quantità, con otto aiuole geometriche, probabilmente coltivate a fiori e piante aromatiche, che richiamavano i giardini geometrici rinascimentali detti all'italiana, come il Barco di Caterina Cornaro nella vicina Altivole o l’antico giardino di Villa Corner, detto del Paradiso, a Castelfranco Veneto, distrutto a inizio '800 e sostituito dal parco Revedin Bolasco.

 

In questa parte del giardino troviamo anche il broletto ovvero il frutteto. A destra invece, diviso dalla fattoria da un muro, c’è l'orto, detto ortaglie in quantità, da cui spicca il forno e il luogo dove sta il cane da guardia. Dietro la villa, la terra era tutta coltivata a prato di maggese, mentre davanti, dove si trova l'attuale ingresso, c'era la peschiera. Qui sono indicati anche i due punti dove l'acqua entra nella peschiera e poi esce per irrigare i possedimenti. È curioso notare che la peschiera risulta della stessa lunghezza della facciata dell'edificio, quasi a rimarcare e a riprenderne la dimensione. L'assenza di un ponte in asse (almeno da quanto riportato nel catastico) sembra suggerire che l'ingresso alla villa, avvenisse da un portalino con cancello collocato a sinistra della peschiera.

 

Il giardino settecentesco di Villa Emo è un giardino ancora strettamente legato alla funzione della dimora, ovvero quella di azienda agricola, in cui tutti gli elementi che lo compongono hanno la duplice valenza funzionale e decorativa.

 

È da ascrivere probabilmente all’anno 1744, la trasformazione da villa-fattoria di palladiana concezione a villa-residenza nobiliare, ad opera di Francesco Muttoni, dove trascorrere le vacanze e invitare gli amici. La data non è casuale, infatti, corrisponde ad un’iscrizione a mosaico sita nel mezzanino della villa, area normalmente non fruibile al pubblico, e indica l’anno dei grandi lavori di adattamento del luogo, rendendolo più in linea alle mode ed esigenze della società veneziana delle smanie per la villeggiatura di goldoniana memoria.

 

Sempre in quegli anni, verrà costruita a ovest della villa, la nuova fattoria (attuale centro direzionale del Credito Trevigiano) nell’area che un tempo si suppone, ospitava il palazzo dei Barbarigo, i primi proprietari delle terre poi acquistate dalla famiglia Emo.

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