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L'OPERA DI ANDREA PALLADIO

L'ARCHITETTURA DI VILLA EMO

La datazione di Villa Emo è ancora oggi piuttosto controversa: in base agli ultimi studi condotti la data di costruzione viene collocata tra il 1556 ed il 1559. L’unica certezza è costituita dal fatto che sicuramente essa fu terminata prima del 1570, poiché all’interno del trattato di Palladio, I Quattro Libri dell’Architettura, pubblicato a Venezia in quello stesso anno, troviamo la descrizione del sito, accompagnata dai nomi sia del committente della villa che del pittore artefice degli affreschi.


Un’altra importante notizia, riguardante il termine della sua costruzione, proviene anche da una pergamena conservata nell’archivio Emo-Capodilista, risalente al 1559 e firmata dall’allora proprietario della villa, Leonardo Emo. In tale pergamena si chiedeva al podestà di Castelfranco Veneto una permuta di terreni, allo scopo di riquadrare e delimitare l’intera proprietà, operazione che veniva, in genere, svolta al termine dei lavori di costruzione di un edificio. Questi sono, tuttavia, gli unici documenti a nostra disposizione riguardanti la datazione della villa.

Andrea Palladio
(Padova 1508 - Maser 1580)

Andrea di Pietro della Gondola, mugnaio, iniziò a lavorare come lapicida, giovanissimo, prima a Padova, presso la bottega di Bartolomeo Cavazza, e poi a Vicenza, presso quella di Giacomo da Porlezza. Tra il 1535 e il 1538, avviene il fondamentale incontro con il poeta e umanista vicentino Gian Giorgio Trissino, che prenderà il giovane sotto la sua protezione, lo soprannominerà Palladio e lo guiderà nello studio degli antichi e della cultura classica conducendolo più volte a Roma. I viaggi compiuti a Roma (1541, 1545, 1547, 1549) gli consentirono di studiare a fondo i monumenti antichi e di conoscere la produzione dei grandi architetti nell’Urbe nella prima metà del Cinquecento. Dopo la morte di Trissino, avvenuta nel 1550, Daniele Barbaro, patriarca di Aquileia e dotto umanista, diviene il mentore dell’architetto. Con lui Palladio compì il suo ultimo viaggio a Roma (1554) e collaborò realizzando le illustrazioni per il De Architectura di Vitruvio che il Barbaro stava traducendo e commentando e avrebbe dato alle stampe a Venezia nel 1556.

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Palladio desume dalla trattatistica vitruviana e dallo studio diretto dei monumenti gli elementi morfologici del linguaggio classico, ma li accosta, combina e contrappone con l’estrema libertà dell’inventore di un linguaggio architettonico nuovo. Nel 1549 il Consiglio dei Dieci di Vicenza gli commissionò la ricostruzione del Palazzo della Ragione, oggi noto come Basilica palladiana; tale incarico lo consacrerà definitivamente come l’architetto dell’aristocrazia veneta, che gli affidò la costruzione di ville e palazzi. Tra i più importanti ricordiamo: Palazzo Porto e Palazzo Chiericati a Vicenza; Villa Pojana a Pojana Maggiore; Villa Barbaro a Maser; Villa Emo a Fanzolo; Villa Foscari detta La Malcontenta a Mira; Villa Capra detta La Rotonda a Vicenza. Grazie anche all’influenza della potente famiglia Barbaro, Palladio cominciò a ricevere importanti commissioni anche a Venezia, soprattutto nell’architettura religiosa (San Giorgio Maggiore, Redentore, facciata di San Francesco della Vigna). Nel 1570 fu nominato proto della Serenissima (architetto ufficiale della città), subentrando a Jacopo Sansovino; nello stesso anno pubblico a Venezia I Quattro Libri dell’Architettura, il trattato a cui aveva lavorato fin da giovane e in cui viene illustrata la maggior parte delle sue opere. L’ultima sua impresa fu il Teatro Olimpico di Vicenza, cominciato l’anno della sua morte e completato da Vincenzo Scamozzi; alla sua morte infatti, buona parte delle sue opere erano solo parzialmente realizzate: alcuni cantieri furono proseguiti dalla Scamozzi, mentre altre opere furono completate solo molti anni dopo, sulla base dei disegni pubblicati nei Quattro Libri.

La collocazione di Villa Emo nell’ampia proprietà è incentrata su due direttrici tra loro perpendicolari, una orizzontale, costituita dalla villa stessa, e una verticale costituita dal viale, in origine completamente alberato di pioppi, che nel XVI secolo rappresentavano un importante segnale stradale per i viaggiatori di passaggio nelle terre della famiglia Emo. Dal punto di vista architettonico, nel prospetto della villa si impone subito alla vista il corpo centrale. Esso è leggermente aggetta...

Le barchesse, ovvero le due lunghe ali laterali porticate che partono dal corpo nobile della villa, rappresentano il fulcro dell’azienda agricola: si tratta di due corpi di uguale misura, entrambi ritmati da undici grandi archi a tutto sesto, per ogni barchessa. Nel progetto del Palladio, visibile nel trattato I Quattro Libri dell’Architettura, gli undici archi presenti in ogni lato univano soltanto prospetticamente la villa, poiché in realtà i corpi laterali e quello centrale erano tra loro sep...

L’esistenza di un luogo dedicato al culto nell’edificio di Andrea Palladio è abbastanza confusa e controversa. La studiosa Donata Battilotti ha tentato di far luce su questo dilemma:

una testimonianza indiziaria ambigua è fornita dalle visite pastorali effettuate

dal vescovo di Treviso a Fanzolo nel 1564 e nel 1567. In occasione di quest'ultima, il 2 Maggio viene, infatti, consacrato l'oratorio della villa, il che fa pensare che al tempo della visita precedente l'edificio sacro non fosse ancora co...

Il corpo centrale di Villa Emo è, come consuetudine nelle ville palladiane, suddiviso in tre piani, in base alle funzioni operative della villa veneta. Al piano terra si trovavano le cucine, ora sostituite da cucine moderne utilizzate un tempo per il servizio di ristorazione del dismesso albergo, oggi fruibili per gli eventi in villa. Nel piano nobile ci sono le stanze in cui viveva il nobile signore, la sua famiglia e gli ospiti, completamente decorate con gli affreschi, opera di Battista Zelot...

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